Ti sei mai
immaginato la scena, gli ho chiesto, di andare difilato da uno degli autisti che
stanno lì ad aspettare con un cartello, di dare un nome falso e salire sull’auto? È
semplicissimo, devi solo pronunciare il nome che figura sul cartello, nessuno ti
chiede i documenti, hanno solo fretta di andarsene. Ti prendono la valigia, ti
accompagnano al loro minivan o, se sei fortunato, alla loro limousine con i vetri
oscurati, e partono. Tu ignori per dove – una sala conferenze, un hotel, una nave
– chiacchieri con l’autista e ti chiedi per quanto tempo riuscirai a infilarti nella
vita di un altro, come in un vestito, troppo grande, troppo costoso, ma piacevole
al tatto. Finché qualcuno non ti chiederà il passaporto, sei in vacanza da te
stesso. «Non avresti mai il coraggio di farlo», aveva detto allora Gianni, e aveva
ragione. Probabilmente poi la cosa non è così eccitante come a immaginarsela,
ma non è questo il punto. È il momento della scelta che mi affascina, quando ti
dirigi verso cinque, sei cartelli, ogni nome una porta su una vita diversa. La
sensazione inebriante di quante cose sarebbero possibili. Se tu non fossi tu.